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Il tipo dentro al Bobcat pare l’incredibile Hulk in versione small e non è verde ma grigio, indossa solo un paio di pantaloncini e tutta la polvere, sabbia, detriti e affini che alza andando su e giù per il piazzale arroventato gli si sono attaccati al sudore creandogli una crosta di qualche millimetro, quando mi vede mi sorride e la faccia gli si crepa tutta come quella un’ottuagenaria incartapecorita con la maschera d’argilla addosso. Ciao vecio! mi fa, io lo saluto con la mano tra le nuvole di polvere, lui continua ancora un po’ a schizzare facendo curve ad angolo retto e anche di più, caricando e scaricando, poi mi si avvicina e mi guarda bonario, pare una statua di roccia sedimentaria con gli occhi azzurrissimi che mi fissano da dentro, cosa ti serve? Gli faccio l’elenco, Bon! fa lui, e wroaaaa! riparte col Bobcat fin dentro al magazzino, torna con la pala piena delle cose che gli avevo chiesto, si ferma ad una spanna dal baule aperto dell’Ammiraglia e spegne il motore, si stira sbadigliando perdendo pezzetti di aggregati lapidei e si alza dal posto di guida strappando al sedile in vinilpelle un rumore tipo shwloack! e mi fa: freschetto oggi, eh?
In giro per il centro poi è un tripudio di infraditi con gli anellini sui diti, minigonne al pelo, tette alla bellevue, tanghini in trasparenza, sandaletti promobondage, attillamenti contenitivi di grazie incontenibili, il tutto all’insegna del guardare e non toccare, voglio dire, caldo va bene, ma tu minorenne che l’anno prossimo vai in terza, perché mi devi sbattere così sfacciatamente le tue meraviglie in faccia, mentre io maschio etero devo anche occultare la mia splendida erezione? Non c’è proprio giustizia a sto mondo.
Chi abitava qui prima di me non sapeva neanche attaccare un chiodo al muro, una volta comperata comprata la casa l’hanno messa in mano ad un’impresa e ristrutturata, c’hanno abitato dodici anni senza farci assolutamente nulla. Poi l’han venduta ammè che mica c’avevo tanti cazzi di stare là a fare, con tre lavori in contemporanea, due figli piccoli, cazzi e mazzi vari, e due piedi in una scarpiera intera, ho dato un paio di mani di bianco fisso e olè.
Richiamato quindi da necessità di manutenzione, mi rendo conto oggi, da quel poco che li ho conosciuti e dagli indizi rinvenuti facendo lavori più approfonditi di che persone fossero; la tipologia rientra in quel genere di persone che non vogliono sporcarsi le mani, ma delegano altri a farlo, antepongono l’apparenza alla sostanza, ne sono testimonianza gli infissi malmessi, ma riverniciati, infine la disgiunzione tra moto e operosità, le tracce lasciate denunciano la foga con cui andavano sulla ciclette e usavano il vogatore mentre l’ultima mano di bianco in camera da letto, antecedente alla mia, risaliva a quando qualcuno disse: siamo tutti berlinesi.
Dare l’antitarlo su un parquet di quarant’anni fa ti evoca, mentre lo dai con la mascherina e la siringa, un non so che di trame (tarme?) italiane. Ci puoi trovare il pezzo vaticano che collega tutto e lo capisci solo quando gli hai versato dentro una litrata di veleno, a quello padano lombardo ad alta densità di popolazione, quello del sud ormai sbriciolato che si sono mangiati pure il cemento, quello della politica romana che mantiene una parvenza di lucidità, mentre sotto è un putridume tale che dovrò intervenire con il siringone carico di vinavil, per fortuna ci sono zone sane e inattaccate, sì certo, un po’ consunte dall’uso, ma sane. Un parquet tarlato è un libro da leggere che dà tante risposte alle tue domande. Preguntar sterminando.
Datemi una leva e vi solleverò il mondo, ma se mi date un flessibile con il disco diamantato vi dilanio i timpani e v’impolvero tutta la tromba delle scale tagliando mattonelle. Se poi mi date una squadra e un compasso, (e magari anche una bolla) divento in due-e-due-quattro il Gran Maestro della Loggia della Cazzuola e della Malta Bastarda, il rito iniziatico è inclusivo di: abbattimento intonaci per mezzo di mazza da chilo e scalpello, sostenuta da brevi fonemi rituali tipo diocanchecaldo, comunione con lo strumento (mazza) e la carne (le nocche) e brevissimo quanto intenso pensiero rivolto alla Vergine. A quel punto l’iniziazione è avvenuta e il lavoro del Libero Muratore diventa parte integrante del suo corpo e spirito, può quindi egli cominciare la sua Grande Opera, non prima di aver trovato nuovi adepti da iniziare che gli portino giù i secchi di calcinacci, su i mattoni, i sacchi di malta e lo confortino nei momenti di aspro avanzamento della Grande Opera.
Il Gran Maestro offre alle nuove leve birre gelate, lezioni di dotto turpiloquio, sesso occasionale e disinteressato se adepte, verdura di stagione (quella scorsa), stage in casa a riordinare e pulire (riconosciuto internazionalmente dalla Pia Fondazione M.Lewinsky). Se seriamente interessati inviare domande allegando c.v. al pvt del sottoscritto.

Il posto è di quelli che una volta incontravi spesso nelle campagne, adesso decisamente meno, struttura di pali innocenti ricoperti di canne, una vecchia roulotte di trent’anni fa con la scritta a pennarello “privato”, panche e tavolacci appiccicaticci, tovaglie di carta con la pubblicità di movimentazioni terra o lavanderie a secco, tre o quattro frigoriferi da fare da banco e personale familiare, nel senso che sono tutti della stessa famiglie, e, come da migliore tradizione della bassa, hanno tutti nomi d’improbabili cantanti di tango* come Loris, Maicol, Patric. Il fondo della struttura è ingombro di angurie, meloni e curcubitacee varie, insieme a verdure del campo, difatti il posto si colloca nel campo, tra un argine e una coltivazione di pannocchie e al tramonto le zanzare sono attratte dall’Autan. Però bisogna dirlo, che il melone è strabuono e il prosciutto anche, mica quello salatissimo fatto con le cosce dei maiali ucraini congelate, qui è tutto fatto qua, o al massimo lì dietro, il vino lo fanno un pelo più in là, sul colle, un prosecchino gelido che va giù come acqua di fonte e il terzo bicchiere lo senti giusto il tempo di sudartelo via, se riesci a mantenere la sincronia assunzione-sudorazione, altrimenti fai la fine degli esempi asincroni che si trovano in tua prossimità, gente della zona in canotta bianca a costine e jeans, ciabatte ai piedi e mani di gente che lavora, storti come pali del telefono al passaggio dell’uragano Kathrina e il tavolo ingombro di bottiglie e bicchieri vuoti, ridono, parlano fitto e bestemmiano e ordinano un’altra bottiglia, hanno anche una specie di mascotte, un vecchietto ubriaco spolpo che ogni tanto tirano su dal tavolo dove si accascia random tra frasi smozzicate e sforzi incredibili per mettere a fuoco le quadruplici immagini che gli si parano davanti, ridendo lo accompagnano perfino in tre a pisciare che sennò quello chissà dove va a finire, poi lo aiutano a coricarsi dietro un salice mentre lui dice stàgo ben, asséme qua, e lo lasciano là, lo vegliano affettuosamente un po’e poi quando comincia a russare se ne tornano al tavolo a finire il prosecco e ad ordinare un’altra bottiglia. Intanto il posto si affolla per il dopocena e arrivano anche macchine che non ti aspetteresti in posto così, ma la maggioranza sono locali, coppiette, ciclisti dei colli a fine giro, famiglie, gruppi di amici o di coppie di vecchia data, che li vedi che quello è il loro habitat naturale, una convivialità cicaleggiante e fitta attraversata dalla Tilde o Loris o la Jole che navigano tra le teste portando vassoi di fette d’anguria, meloni, prosciutto, panini, gelati e vino a iosa, sorridenti. Il tempo è sospeso, cogli pezzi di conversazioni e battute di chi ti circonda o alza la voce, o anche perle di saggezza contadina sulla buona alimentazione stagionale: Con sto caldo bisogna mangiare poco, ma quel poco che sia abbondante. Concetti che non fanno una grinza.

Ho dormito poco stanotte, sono andato a letto tardi dopo essermi visto la lettura di Dante in Prato di quel brav’uomo che verrà presto canonizzato, (non prima di essere preso in braccio da ratzinga in persona e portato all’angelus all’intonazione habemus Robertus!), poi ho avuto la mia stagionale discussione con la consorte a bordo letto, divano, salotto,corridoio, scansando secchi di tinta, teli di nylon, pennelli, scale e quant’altro ingombra la magione in questi tempi di ristrutturazioni domestiche, in finale non s’è trombato, no. Io nel lettone e lei sul divano, però faceva caldo nonostante le due piazze solo per me, poi le zanzare, poi diocane l’allarme del caseggiato accanto, poi l’alba con concerto live di pennuti di varie specie fogge e colori in gara di decibel,e infine l’albeggio e lì ho perso i sensi. Sono rinvenuto con la sveglia che suonava disperata da un quarto d’ora, ho grugnito qualcosa buttandoci dietro un caffè e sono andato al lavoro. Mantenendo il cervello in modalità provvisoria sono riuscito perfino a lavorare, intrattenere relazioni sociali, rispondere al telefono, andare a comperare due cose, leggermi blog e notizie, indignarmi q.b, divertirmi altrettanto, e alla fine scrivere anche un post, il tutto con soli cinque caffè e neanche un po’ di tachicardia. Oggi dipingo gli infissi, se mi vedete domattina con una striscia bianca in faccia vuol dire sono crollato sul campo (bianco), se non mi vedette vuol dire che ho passato il giro di boa dell’abbiocco del dopopranzo e ho fatto le tre al festival trascinandomi senza ritegno da un bar all’altro.

Stanotte ho sognato di essere ad una festa in un vecchio palazzo con vecchie conoscenze e tanta gente cordiale e mai vista, c’erano anche ex colleghi della mia eclettica carriera lavorativa, nel vortice dei drink e dei balli mi sono ritrovato faccia a faccia con la bellissima Chiara (tutte le Chiare sono belle, ma lei è la più bella di tutte), maddài anchetuqquà, e come stai, e cosa fai, e che sono contento di vederti, e via così fino a limonare peso sotto gli occhi allupati di un mio collega-caso-sociale della coop, per poi lanciarci in un amplesso che però si rivelava sempre più affollato di estranei, quindi è arrivata un’amica sua, si son messe a parlare e l’onirica trombata è sfumata nel chiacchiericcio della festa. Dopo un po’ tutti hanno cominciato ad agitarsi che stava per arrivare qualcosa, fino al culmine in cui è arrivata l’onda,
Per quanto riguarda la vita reale ho la casa che è un cantiere, del resto sono anche l’ingegnere, il capomastro e l’operaio, quindi non dovrei lamentarmi circa la gratificazione delle responsabilità sul campo. Sta di fatto che l’odore della tinta, gli attrezzi sparsi, le stuccature da carteggiare, le tracce a matita su muri e pavimenti ad indicare i prossimi interventi, non mi predispongono a quella condizione di relax tipica di quando la famiglia se ne va in ferie lasciandomi nel dolce polleggio tra divano, letto, sella della moto e seratone al festival. C’è da fare insomma, anche se la sera al festival ci vado eccome, con la tinta sulle mani e la polvere nei capelli, ma il birrino d’ordinanza me lo vado a fare eccome, poi magari ti suonano anche i Punkreas e te li vedi, ci mancherebbe, ci.
Di contro c’è che temo la televisione, vettore del contagio virale della paura e dell’ossessione, rimescolati e presentati sui vassoi d’argento della menzogna e rassegnazione, so benissimo che il baratro può essere sempre più nero e sono consapevole che lo sarà e in tempi affatto lunghi, ma si ride e si fa festa sul ponte del Titanic e questa è la cosa più spaventosa di tutte, l’aria è sempre più pregna di miasmi che in molti ignorano preferendo ridere sguaiatamente di ciò che le cassandre dicono anche col loro silenzio, preferendo i campionati europei, gli spot pubblicitari delle auto e guardando i ricchi come faceva la plebe cent’anni fa, con quel misto di riverenza, invidia e rassegnazione della propria miserrima condizione. E questo nelle strade come nei blog, si volta la testa e si parla d’altro, indignarsi non fa più audience, incazzarsi fa male al fegato, perché darsi pena per un destino ineluttabile? Meglio precipitare con ostentata inconsapevolezza che arrampicarsi faticosamente dimostrando la propria debolezza, eppure l’iceberg è così enorme che è impossibile non vederlo, perché invece d’ignorarlo parlando del vostro intimo o dei campionati non provate a descriverlo nei vostri post? Mica sempre, ma un in post su cinque provare a dare forma a questo mostro farebbe bene a chi scrive e a chi legge.
No, è vero.
Non farebbe bene, farebbe male.
Del resto la cognizione del dolore ha la funzione di avvertire del pericolo un organismo, che in questo caso non è singolarmente il nostro, ma quello che ci da la dignità di uomini e donne, composto d’intelligenza e libertà. L’alternativa è l’anestesia totale in vista della lobotomia frontale permanente.

Direi che quasi due anni di resistenza agli agenti immobiliari e viscidi mediatori fatta a suon di tromba, biglie del Geomag® e passate di aspirapolvere alle ore più impensate, cioè quando i potenziali acquirenti visitavano l’appartamento attiguo, abbia sortito le finalità che ci prefiggevamo, vale a dire un sensibile abbassamento del prezzo dell’immobile a vantaggio di una fascia di acquirenti meno tronfia e stronza, con l’allontanamento di speculatori e l’avvicinamento di famiglie interessate. Il risultato è poi venuto da sé, l’appartamento è stato comperato da una famiglia che verrà ad abitarci vicino e vi dirò che son contento, vista anche la quantità di potenziali compratori a cui ho dovuto comunicare l'inquietante presenza di fantasmi, fingermi psicopatico, esporre le mie intenzioni di affittare a cinesi che avevano bisogno di uno spazio per un opificio, presentarmi come batterista di una death metal band, o farmi vedere in giro per le scale con una bibbia, le stimmate e lo sguardo spiritato sussurrando che la fine è vicina; tutta gente dimerda coi gipponi o col sorriso da caramellaio che mica ci voleva venire ad abitare, no, dopo un esclusivo restauro con marmorini rosa salmone alle pareti, cotto toscano in pvc a terra, cucina e arredamento ikea, avrebbero affittato a rotazione. Non so se i nuovi vicini si rendano conto dell’immenso favore che abbiamo fatto loro, ma credo che col tempo, imparando a conoscere il loro vicino e scrivente, farebbero bene a considerare la cosa.
Special guest: Glicerina alla tromba, fiati e cartoni di Asterix a volume 10. Nitro alle biglie d’acciaio Geomag®, macchinine sbattute sul battiscopa, salti a piè pari. Amataconsorte all’organizzazione, piatti e pentole, aspirapolvere, scenate napoletane sul pianerottolo, rutto libero. Jo all’ideazione e sviluppo strategie d’attacco, guerra psicologica, improvvisazione dadaista, pentola a pressione con verza sfiatata nella tromba delle scale tre minuti prima della visita organizzata dal mediatore merdone.
Ollé.

Ai miei esordi come giardiniere lavoravo sotto un tizio pessimo, era il mio caposquadra, lui era il capo ed io la squadra, uno di quelli sempre incazzati che ti dicono dai, dai, muoviti, dai che è tardi, dai che dobbiamo fare questo e quello, uno così, di quelli che quando passava davanti al campo nomadi era tutto un maledetti vi brucerei, guarda che macchine che hanno, tutti ultimi modelli, non fanno un cazzo e girano in Mercedes e tirava il Daily neanche fosse una Maserati, negri? Che se ne stiano a casa loro, femmine? Troie, tutte troie e guarda quello che razza di capelli, culattoni di merda, drogati schifosi, tutti vi brucerei, vi sparerei ecc ecc.. Poi magari nel traffico si trovava davanti una Mercedes classe qualcosa, con dentro un tipo lampadato con la faccia del colore di una sbrisa, impomatato, ben vestito e lui si calmava di colpo entrando in estasi: Beeeella diceva, e ripeteva beeea come una pecora, e lo vedevi che quella era la sua massima ambizione, avere un Mercedes classe Q, avere una faccia da Q, vivere una vita da ricco e non quella Q di vita che faceva.
Questo pensavo ieri osservando la nostra nuova politica nazionale definita direttamente attorno a un elettorato che anni fa veniva definito reazionario o maggioranza silenziosa e che adesso è rumorosa. Nessuna destra su modello anglosassone e/o gollista francese, niente conservatorismo tedesco, bensì il vetusto, muffoso e bieco fascistismo italiota, braccia tese e slogan da stadio, un nemico a geometria variabile da definire nel corso del tempo per nascondere bene il nemico che marcia alla testa di tutti: quello che ha bisogno dell’insicurezza sul posto di lavoro come nella vita privata per meglio vendere una sicurezza che si autoalimenta della sua stessa fame per poter vivere, e che quindi si perpetua; che oggi se la prende con gli ultimi della fila, domani escluderà chi non si allinea, dopodomani ti dirà che la tua azienda è fallita non perché il tuo titolare ha delocalizzato in Cina, ma per colpa dei cinesi che ti hanno rubato il lavoro e a quel punto sarai all’ultimo posto della fila, lo stesso posto su cui poco prima buttavi benzina sulle baracche, ora tocca a te. Ma nell’intervallo tra gli zingari e l’elettore sfigato che tanto avrebbe voluto una Mercedes classe Q ci sono diversi, donne, centri sociali, associazioni, giornalisti(bang-bang?), cittadini, lavoratori, insegnanti, magistrati, liberi professionisti e imprenditori: la società intera che sarà permeata di diffidenza e violenza, chiusa in comparti sicuri ed isonorizzati dove l’unica voce udibile sarà quella dell’allarme a reti unificate.
Qualcuno comincia a rendersi conto di che scenari siamo destinati ad affrontare, ma sono nicchie di consapevolezza poco visibili e udibili, vista anche la politica d’istigazione all’odio che viene perpetuata quotidianamente sui media; la maggioranza, anche quella non conforme a tutto questo, è imprigionata da un’assoluta incapacità di analisi. Provate quindi soltanto ad immaginare a cosa comporterà il reato d’immigrazione clandestina: galera per una moltitudine di persone, (anche bambini, certo, perché no?) Solo che le galere certamente non basteranno e si faranno dei campi, non di sterminio ci mancherebbe, ma di concentramento sì, li si chiamerà con un acronimo innocente e saranno gestiti dalla croce rossa sotto la supervisione di qualcuno che si sia distinto nella gestione di masse rinchiuse, il tutto da sei mesi a quattro anni, tanto prevede la pena detentiva, poi l’espulsione. Bene, era ora, dirà il mio caposquadra che è quasi vicino al comperarsi la Mercedes, e che invece sarà licenziato a beneficio di due senegalesi regolari con alloggio in capannone e 200euro al mese, la banca si riprenderà la sua casa per insolvenza del mutuo e lui sarà per strada senza Mercedes. Cazzi suoi direte voi, ma tra il clandestino e lui ci siete anche voi, e nel frattempo con le espulsioni i campi si saranno svuotati, pronti per riempirsi di terroristi che protestano o che si organizzano per farlo, o che solo pensano di. Rendo l’idea?
Gli orrori del secolo scorso non sono nati solo dalla mente di un folle, ma supportati da una popolazione istigata all’odio da una classe dirigente famelica di profitto, che aveva seminato tali e tanti danni sociali da dover riversare il malcontento attraverso i media alle loro dirette dipendenze, alle fasce sociali più deboli. Poi divenne normalità, pianificazione, metodo e quindi sterminio. E chi politicamente avrebbe dovuto vigilare su simili tendenze oggi, non solo non lo ha fatto chiudendosi in una torre piastrellata di belle parole da ostentare come un’esclusività, ma è scesa prona per rendersi complice e connivente con questo clima d’odio per squallida convenienza di potere, estromettendo ed ignorando la realtà umana e rimanendo impermeabile alla comunicazione con la società, che la sta già condannando a non rappresentare che se stessa, in un loop che l’annienterà. Chissà se avremo il tempo per poter capire che la mancanza di un interlocutore istituzionale che rappresenti la fratellanza umana è la testa di ponte che ci condurrà su questa strada già lastricata di paura, diffidenza ed odio, e che i responsabili non sono quelli che hanno istigato, bensì chi col silenzio ha avvallato tutto ciò, vale a dire proprio quelli a cui avevamo dato mandato di rappresentanza democratica.